Un blog sul cinema. E tutto il resto

giovedì 23 luglio 2009

[Opportunità] Filmare lo spazio urbano. Il Festival Videopolis

Al via il concorso per opere videocinematografiche VIDEOPOLIS
L’XI edizione del Festival Nazionale “Videopolis - creativity" si svolgerà a Padova dal 3 al 5 novembre 2009.

C’è tempo fino al prossimo 15 settembre 2009 per partecipare alla selezione di opere videocinematografiche sulla rappresentazione dello spazio urbano, il tema che caratterizza il Festival, promosso dalla Regione del Veneto e giunto ormai alla sua XI edizione.
Possono partecipare al concorso documentari e fiction che abbiano come tema lo spazio urbano e la sua rappresentazione (inteso nella dimensione urbanistica, ambientale e culturale) e una durata massima di 30 minuti; le opere devono essere di autore o di produzione italiani e realizzate successivamente al 31 dicembre 2005 e non devono essere state presentate a precedenti edizioni del festival.
Le opere selezionate parteciperanno al Festival e saranno esaminate dalla giuria nominata dal Presidente della Regione del Veneto e presieduta da Folco Quilici.
Il bando integrale e la scheda di partecipazione sono disponibili all’indirizzo web:
www.regione.veneto.it/videopolis

INFO

Segreteria Organizzativa
Tel. 041 81030895
E-mail: videopolis@dge.it

mercoledì 24 giugno 2009

[libri] Se Almodòvar diventa un teorema: il romanzo d’esordio di Antoni Casas Ros


I libri da leggere si scelgono per tanti motivi. Il titolo, la copertina, l’autore,… “Il teorema di Almodovar” l’ho scelto per il nome del regista nel titolo (quindi ha funzionato!), per l’età dell’autore (che è mio coetaneo) e perché è un’opera prima (sono convinta che la magia degli esordi difficilmente si possa replicare).
Il romanzo parla di un uomo dal volto cubista, sfigurato in seguito a un incidente d’auto nel quale la sua ragazza ha perso la vita. Lei la vita e lui la faccia.
In seguito a quell’episodio lacerante il protagonista, che si chiama Antoni come l’autore, dopo aver provato le vie (inutili) della chirurgia, si arrende; un po’ perché non vede soluzione, molto perché è il suo modo di chiudersi al mondo, di sfuggire a quella realtà che lo ha profondamente ferito e che ora è incapace di affrontare. Così di giorno sta chiuso in casa a impartire lezioni di matematica via Internet e di notte, col favore delle tenebre, scende per le viuzze di Genova.
Oltre al cinema – ce n’è tanto, attraverso riferimenti e suggestioni, non solo almodovariane – nel libro c’è l’idea forte dell’amore possibile. L’amore che si rivela inaspettato in tutte le situazioni, nel volto insostenibile di un essere umano così come nel corpo multiforme/mutante di un travestito (la bella Lisa) che è in grado di sostenere lo sguardo su quel viso deturpato perché nei propri occhi c’è la capacità di guardare oltre.
Come quella che serve per vedere l’essenza delle cose e della vita; e come quella che rende capaci di vedere (davvero) un film.

giovedì 21 maggio 2009

[cinema] The Breach: il dubbio si fa breccia


Ormai la stragrande maggioranza dei film – tranne rari e interessanti casi – riconduce e rimanda ad altri film: evocando, citando (spesso scopiazzando).
Tanto che i critici fanno spesso le loro recensioni
  con paragoni e paralleli; il che è più che giustificato sia perché le “coincidenze” sono frequenti sia per la notevole quantità di pellicole che girano.
Vedendo in questi giorni
 the Breach (Billy Ray, 2007), era inevitabile che mi venissero in mente un sacco di film (spie, cia, fbi, infiltrati,…) ma soprattutto il recente La vita degli altri.
Pur essendo il film tedesco degno di nota, la pellicola di Ray pare esser riuscita a mettere in scena il rapporto tra spia e spiato, indagatore e indagato in modo molto più vero (non per forza realistico, ma vero), senza scadere nello psicologismo che nella citata pellicola invece a volte emerge.
The Breach è un film che va a segno grazie innanzitutto alla non pretenziosità (soprattutto psicologica) degli intenti del regista, che riesce a rendere i meccanismi di un rapporto complesso inquadrato in uno sfondo di inganni e doppi inganni (ordinario amministrazione per il contesto in cui siamo, quello del Bureau).
Grazie anche agli attori, soprattutto un grande Chris Cooper, il film scorre e intriga alla maniera dei classici nel senso “compositivo” del termine e sviluppa una tensione nella sceneggiatura che non esplode mai e per questo affascina e avvolge lo spettatore (non a caso il regista nasce sceneggiatore in casa di scrittori).

domenica 19 aprile 2009

[cinema] Terre difficili: la Free Zone delle donne


A volte ritornano... quindi anche io! E tra un’assenza e l’altra ieri sera ho recuperato “Free Zone” di Amos Gitai, uno dei pochi cineasti in grado di raccontare la “politica” e la geografia dal punto di vista dell’uomo. E forse più spesso della donna.
Sullo sfondo di una terra, anzi di più terre, mirabilmente non troppo identificabili ma parti ognuna di una terra più grande (quella del conflitto perenne e mai risolto tra popoli vicinissimi e lontanissimi ad un tempo),il film racconta la vita quotidiana e i sentimenti di tre donne e la loro difficoltà di vivere.
Da punti di vista mai scontati e che rifuggono l’affresco facile (come l’eloquente prima lunga inquadratura fintamente fissa sul volto sofferente e bello in modo inusitato di Natalie Portman), Gitai racconta “la storia” contemporanea. Lo fa con un road movie che è un viaggio della speranza e della rassegnazione, ai confini ipersensibili e laceranti di terre martoriate, verso una zona franca che appartiene più al concetto e con un tempo completamente ricreato, che non è quello della realtà ma che il tempo reale rappresenta puntualmente.
I destini diversi ma in fondo uguali di donne che, ognuna a suo modo, soffrono ma cercano di costruire e tirar avanti (in contrapposizione agli uomini violenti e dai modi arroganti, come quelli preposti al controllo dei confini), sono qui narrati in una forma geometrica che non lascia spazio a nessuna sbavatura e men che mai a vedute simil-turistiche.
Ma soprattutto il racconto si snoda attraverso i suoni, le parole (tantissime e ritmate!) delle donne e i rumori che pur ovattati penetrano dall’esterno nell’abitacolo dell’auto e nelle vite delle protagoniste, a ricordare il contesto non-indifferente nel quale si trovano; fino all’alterco verbale su cui si chiude il film, parabola significativa di uno scontro senza fine.
P.S. Il film è in lingua originale sottotitolato, l’unica via possibile per rendere la babele culturale che passa anche attraverso quella linguistica.

lunedì 9 marzo 2009

[cinema] Revolutionary road o la mise en scene di un fallimento


Il nuovo (riuscito) film del regista di American Beauty (sopravvalutato) è un’opera sulla rappresentazione e sul suo fallimento.
“Revolutionary road” di Mendes comincia sul palcoscenico di un teatro, dove la protagonista sta recitando in una piece che si rivela un fiasco. È il prologo del fallimento del ruolo che la donna si trova a interpretare nella vita, ovvero quello di moglie. Finito lo spettacolo il marito nel camerino cerca di confortarla ma evidentemente senza esito. Da qui in poi si dipanerà un viaggio impietoso tra i meandri di una coppia o meglio di quello che la coppia cerca, deve, vuole rappresentare. Il film è l’analisi di un rapporto che si rivela fallace proprio perché mancano quegli elementi che lo rendono tale (lo scambio, il contatto, l’incontro e qui soprattutto la complicità); quello che c’è tra i due coniugi protagonisti (gli ottimi Di Caprio e Winslet) è appunto la messa in scena di un legame che manca di veridicità e si perde nell’isteria. Tutto ciò che riguarda la vita dei due è una rappresentazione: la casa, i vicini, gli amici, persino lo sfondo urbano su cui si stagliano è un palcoscenico dove sono chiamati a recitare il loro esasperante ruolo. Ogni cosa, anche la tenerezza o la possibilità di generare la vita restano sospesi tra gestualità e parola, nell’impossibilità di bucare la quarta parete e scendere nella platea della vita.
Un’analisi precisa e chirurgica di un rapporto come quello coniugale che spesso è divenuto oggetto cinematografico ma che raramente (forse dai tempi di Bergman?) ha assunto questa forma.

giovedì 12 febbraio 2009

[cinema] Lasciami entrare. La soglia dell’età adulta e l’adolescenza come mutazione e conoscenza


Il film di Alfredson “Lasciami entrare” è uno dei più interessanti e affascinanti degli ultimi anni.
Come interessante è l’età dell’adolescenza; un momento di transizione e trasformazione radicale che da sempre attrae letteratura, arti visive, cinema. Basti ricordare la Lolita kubrickiana – rappresentazione mitologica dell’adolescenza – che in una nota sequenza è associata a un essere “mostruoso” (con un montaggio che palesa la sovrapposizione e la fusione delle due creature), non più bambina e non ancora donna.
In questa pellicola, dove si incontrano l’educazione sentimentale e la scoperta della sessualità di due adolescenti, l’incapacità dei sentimenti veri del mondo adulto, la scoperta e la paura dell’altro e del diverso, è soprattutto la semplicità della comunicazione tra i due ragazzini a colpire (meravigliosamente esemplificata nell’ultima scena sul treno…).
Un film esteticamente sublime che non si dimentica facilmente (scene come quella iniziale dell’uomo appeso o quella della piscina sono indelebili).
W la Svezia