Innanzitutto ben trovati… in molti mi hanno fatto notare (anche scrivendolo) che è da troppo che questo blog è inattivo: beh si in effetti me ne ero accorta… ma mi fa piacere che qualcuno lo noti e mi stimoli così a riprenderlo. Grazie.
Quindi eccomi di nuovo.
Sotto il solleone, si sa, il cinema assume nuovi volti: oltre alla sala climatizzata, c’è dvd in casa nella calura domenicale davanti al ventilatore acceso, cinema sotto le stelle delle rassegne estive che ripropongono – pur con un audio a volte terribile al quale non si è più abituati e tra una sigaretta del vicino e una signora che risponde al cellulare – i film della stagione appena conclusasi.
A volte anche in modo oculato, riproponendo film che sono stati distribuiti poco e male ma che meritano attenzione.
È così che ho appena visto “Amabili resti”, una pellicola che definirei adolescenziale. Non nel senso di saga per quindicenni, ma nel senso di film adolescente nella forma, sull’adolescenza, che fa parlare adolescenti.
Amabili resti ha questa caratteristica (che vogliamo considerare pregio): mette in scena l’adolescenza con tutte le sue sfaccettature, aspettative, problematiche prendendo a pretesto la storia di un omicidio, ancor più odioso perché riguarda un’adolescente, una vita in fiore che non avrà mai la possibilità di sbocciare. Tutto l’andamento del film assume i caratteri e l’età della protagonista: così come lei è sospesa in un limbo tra l’essere bambina e l’essere donna, così il film che la racconta è spesso sospeso tra generi, forme e rappresentazioni.
La “ragazza Salomon” vorrebbe diventare fotografa, vorrebbe baciare il ragazzo che le piace,… potenzialmente (come questa sceneggiatura che prende mille strade) potrebbe andare ovunque, intraprendere mille strade. Se a fermarla non ci fosse un adulto (il suo carnefice) che costruisce case di bambola, nel quale è rimasto uno strano, perverso, irrisolto e malato spirito fanciullesco.
mercoledì 28 luglio 2010
[avolteritornano]
venerdì 23 aprile 2010
[cinema] La verità della finzione ne “La vita che vorrei"

Giuseppe Piccioni è un autore vero, uno di quei rari (molto rari alle nostre latitudini) registi capaci di prenderti per mano e portarti dentro a una storia, farti dialogare con i suoi protagonisti, persino farti interagire con tutto ciò che è in scena. Ho appena recuperato uno dei suoi pochi (credo di non averne visto solo un altro) film che avevo perso, “La vita che vorrei”, che conferma tutto ciò.
Si tratta di una storia d’amore e di “interazione” umana, raccontata, recitata e mostrata a più livelli: quello degli attori (bravi) del film, quello dei protagonisti della storia principale e quello dei protagonisti del film in costume che si sta girando (ciascuno è uno e trino in questo film).
Un gioco di livelli che convince e funziona; un discorso ben impiantato dove anche gli oggetti e i singoli elementi hanno una precisa funzione narrativa: i costumi (il corpetto stretto di Eleonora/Laura/Sandra è un abito di scena che contribuisce allo svenimento della protagonista, dovuto al fatto che è troppo stretto, certo, ma al contempo all’emozione provocata dalla sua storia d’amore), le parole (scritte, recitate, dette,…), la macchina da presa e gli attrezzi di scena che entrano e escono dal set come dalla vita reale (che essendo quella di attori professionisti, ha molto a che fare con tutto ciò), sottolineando molto naturalmente ciò che accade e rendendolo al contempo parte di un tutto. Ben amalgamato e cucinato, questo film conferma la vicinanza di Giuseppe Piccioni alla Nouvelle Vague che – se non ricordo male – diceva: “…il film deve parlare per metà della vita e per metà del cinema stesso”. Perfettamente riuscito.
giovedì 18 marzo 2010
[varia umanità] Voto vendesi purché…
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Elezioni incombenti, ridondanti e autoreferenziali… inutili? Beh statisticamente - facendo mente locale sugli ultimi anni del nostro povero Paese sempre più nel precipizio e non sull’orlo del medesimo - possiamo solo dire di si.
Allora che ne facciamo del nostro voto? Propongo di darlo al primo candidato che non scrive su depliant e volantini (i programmi chiari ed espliciti sono rari ormai, qualcuno potrebbe rinfacciarli in futuro) “innovazione” e “ricerca”, le parole più abusate in questa campagna.
Ma anche, irrimediabilmente, sconosciute e mai attuate.
venerdì 12 febbraio 2010
[cinema] Eric Rohmer, lo straordinario del banale

Ci siamo, cioè ci sono. Anche se dopo qualche settimana di silenzio, rieccoci qua a parlare di cinema e dintorni.
Vorrei dedicare il primo post del 2010 (capperi! Iniziamo l’anno con un mese e mezzo di ritardo! Vabbè, il tempo è relativo come insegna il buon cinema…) al ricordo di uno dei più grandi affabulatori del cinema, un uomo unico in grado di gettare uno sguardo assolutamente originale sul mondo: Eric Rohmer.
A un mese dalla sua scomparsa vorrei invitarvi a vedere e rivedere i gioielli che questo incredibile regista ci ha lasciato. Dal Raggio Verde ai Racconti Morali a quelli delle Quattro Stagioni fino agli ultimi lavori come
Rohmer lo ha fatto con leggerezza e arguzia, facendo leva soprattutto sul fulcro della nostra quotidianità, la parola.
La parola è esternazione, inganno, tentazione; attraverso le parole infatti proviamo a farci capire ma anche a imporci, ad affermare le nostre idee, a ingannare e ingannarci. Le parole spesso sono in contrasto con i sentimenti, diciamo una cosa pensandone un’altra. Ho detto, mi ha detto, ti dico… ogni giorno la parola è il continuo tentativo che facciamo di organizzare i nostri pensieri e i nostri sentimenti, spesso – ci ha dimostrato il regista – confusi e in contrasto tra loro.
Perché le parole sono inafferrabili e l’essere umano ancor di più.
Viva Rohmer.
mercoledì 18 novembre 2009
[cinema] Nemico pubblico N. 1 o dell’eroe-autore

Il modo di narrare di Michael Mann è parte fondante dei suoi film; non è un punto di vista ma un personaggio. Spesso il principale.
E il suo ultimo film lo dimostra ancora una volta, in modo più forte che mai. Questo Public Enemies – la storia di Dillinger, personaggio mitico dell’America – è il ritratto di un eroe che crea il suo spazio ed è artefice primo del film. Dillinger (Johnny Depp, non poteva essere altrimenti) irrompe sullo schermo e imprime la pellicola sin dai primi momenti.
Il suo personaggio esce di prigione e entra nel mondo (che rappresenta anche la libertà) disegnando in prima persona lo spazio che, assieme agli altri con i quali divide la scena, esiste solo perché è lui a volerlo e a “progettarlo”.
Lo fa creando iperboli con le armi, attraversandolo con lo sguardo (la pellicola è piena di primi piani), ripetendo gesti e situazioni (le rapine in primis) che lo rendono regista assoluto di se stesso e di quello che lo circonda.
Emblematica a tal proposito la scena che lo vede entrare negli uffici dell’FBI senza nascondersi (ma senza che nessuno si accorga della sua presenza), rimirare compiaciuto le sue foto alle pareti e guardare tutti quegli impiegati che lavorano solo per catturarlo (l’FBI – che nasce in quel periodo e si chiama ancora solo Bureau – non deve forse a John la sua esistenza? Il suo antagonista Purvis non esiste solo come suo alter ego?).
Il Regista-Dillinger scrive la sua storia, che inizia da eroe ma finisce, inevitabilmente, da antieroe, lasciando nello spettatore sentimenti di ammirazione, rispetto, a volte timore ma anche umana comprensione. Proprio come un grande Autore.
giovedì 8 ottobre 2009
[cinema] L’Autore, i Personaggi, il Pubblico: Bastardi senza gloria

Perché Quentin Tarantino è un Autore con
E la risposta non può che essere molteplice: Tarantino che con “Le Iene” era già arrivato in alto (forse al vertice della sua carriera), con “Pulp Fiction” ha inventato un nuovo linguaggio scardinando i precedenti, come fa un vero artista. Lui non bada alle regole, anzi ci gioca e si diverte a sovvertirle, fa un B-movie dandogli lustro da capolavoro, i suoi “segni” sono ormai riconoscibili e unici, i suoi personaggi sono già archetipi (come la sposa di “Kill Bill” per dirne uno).
A conferma di ciò, ormai quando andiamo a vedere un suo film ci aspettiamo cose precise da lui come autore.
Questo accade spesso ovviamente; ma mentre per un Woody Allen ci aspettiamo esattamente quello che poi troviamo in ogni nuova pellicola, e cioè ci attendiamo che ci tranquillizzi in qualche modo (col suo linguaggio, i personaggi WASP, con i misantropi e gli intellettuali che popolano i suoi film), da Tarantino ci aspettiamo di essere spiazzati e destabilizzati.
Dopo i due capitoli di Kill Bill (e in attesa dell’inevitabile terzo), il Nostro si muove stavolta nel terreno difficile del nazismo. “Bastardi senza gloria” potrebbe essere uno dei tanti film (non discutiamo sulla qualità) su questo argomento, ma nelle sue mani diventa - anche - altra cosa: lo scalpo, le pistole puntate tutte insieme, la pellicola che brucia, il finale, sono la firma dell’autore, che si diverte come un matto a girare questa storia. Lo fa per sé ma strizzando come sempre l’occhio al pubblico e chiamandolo a condividere le sue passioni e le sue fissazioni: vecchi film, icone strampalate, personaggi che sembrano vivere di vita propria.
In fondo tutti bastardi senza gloria.