Un blog sul cinema. E tutto il resto

martedì 14 gennaio 2014

[cinema] Il corpo dell’attore come script: American Hustle


Gli attori sono senza dubbio il centro e il fulcro del lavoro di David O. Russell; ma nel suo ultimo film American Hustle gli attori diventano assolutamente il film. Certo, questo in alcuni momento avviene anche a scapito della narrazione, ma la pellicola in questione vive su una narrazione frammentata, visivamente e dal punto di vista della sceneggiatura.
Il tema del film – sin dal titolo e dalle primissime inquadrature – è l’inganno, la menzogna. E il corpo degli attori, i costumi, le scenografie, il déco, puntano tutti a sottolineare il gioco dell’inganno. Ogni personaggio è almeno doppio, cambia, torna indietro, si misura con gli altri e con le diverse situazioni mutando in continuazione. Il regista si diverte, e lo spettatore con lui, a portare l’inganno a tutti i livelli, giocando soprattutto con il corpo, gli abiti e i capelli dei personaggi. Sì, le loro capigliature mutano ad ogni scena (non è forse la pettinatura o il taglio che modifichiamo per primi quando vogliamo cambiare, rinnovare, quindi un po’ anche noi “ingannare” sulla nostra immagine?): si gonfiano, si arricciano o sono arrotolate sui bigodini, ovvero in piena fase di mutazione. E così la bella Sidney (Amy Adams) sfoggia capigliature diverse il giorno e la sera e a seconda della persona con cui esce, l’agente FBI Di Maso (Bradley Cooper) è un finto riccio che deve lavorare un bel po’ di bigodini per ottenere la sua capigliatura,…
Ma il re dell’inganno è senz’altro il truffatore professionista Irving, un favoloso Christian Bale, ingrassato, con tanto di panza e riporto dei capelli, che sin dai primi tre minuti fa gridare all’oscar per la sua interpretazione.

Il trucco c’è e pure l’inganno. E sono piacevoli e divertenti.

martedì 17 dicembre 2013

[cinema] Woody Allen è tornato. E pure io

Se torno dopo molti mesi a scrivere qui è per due motivi: il primo è il sollecito delle tante persone che da tempo me lo chiedono (e che ringrazio qui per la fiducia) e il secondo perché all’età di 78 anni finalmente Woody Allen è tornato. In sé. 
Ovviamente la mia non è una critica a chi ci ha regalato decine di gioielli unici e rari in decenni di forsennate produzioni, ma anzi un grande piacere, quello che ho provato nel vedere Blue Jasmine, l’ultima fatica del nostro, quella che segna – dopo tanti film un po’ sfilacciati e a volte balbuzienti – il ritorno di un regista in forma smagliante.
Quindi bentrovati a voi che leggete e a lui che (per fortuna) scrive ancora.

Blue Jasmine è un film che ha molti pregi, la narrazione, la coerenza stilistica, la capacità di far discutere su un tema universale come quello della caduta e della capacità umana di rialzarsi (o sprofondare) e soprattutto di far discutere mettendo sul tavolino temi che non riguardano solo una classe (quello agiatissima che viene rappresentata sullo schermo) ma tutti noi, meccanismi nelle cui pastoie finiamo ogni giorno.

Il film funziona perché tratta di umane debolezze nella considerazione di tutti i punti vista;  la ricca e viziatissima protagonista (una sfolgorante Cate Blanchett da Oscar, così come gli altri protagonisti, tutti incredibilmente bravi e in parte) che potrebbe inizialmente indurre una forte antipatia, riesce invece a farci diventare empatici e a capire come possa la perdita di denaro e status sociale diventare un dramma che distrugge la vita e conduce alla follia. Pian piano capiamo come i valori sui quali ognuno di noi basa la propria vita possano diventare fatali se non impariamo a dare il giusto peso a noi stessi, a prescindere da ciò che ci circonda e al contesto in cui viviamo (operazione sensata e semplice a dirsi, difficilissima, quasi impossibile da realizzare).

La costruzione della pellicola – tutta incentrata sulla dicotomia falso/vero bugie/verità, a partire dal nome Jasmine – funziona perfettamente. L’uso del flashback non come salto indietro ma come doppio piano temporale, è un meccanismo affascinante e perfettamente funzionale, finalizzato non solo alla “spiegazione” dei fatti ma soprattutto allo svelamento dello stato d’animo della protagonista e degli altri protagonisti, ci avvicina a loro e al loro mondo.
Il personaggio della sorella e del suo fidanzato si intersecano al mondo lontanissimo di Jasmine nel tentativo di un’assimilazione che in teoria potrebbe realizzarsi ma che nella realtà (cioè nella realtà di quella persona) non potrà mai avvenire.

Uno sfasamento che inizia con la rivelazione dei rapporti extraconiugali del marito, che creerà una falla sempre più grande e che non potrà culminare se non sulla strada della follia.

martedì 5 giugno 2012

[cinema] Cosmopolis: Cronenberg e il corpo del Potere



Diciamolo subito: anche stavolta David Cronenberg ci regala un film notevole. In Cosmopolis c’è ancora la sua ormai nota “poetica della nuova carne”, del corpo che anela a diventare macchina ma che spesso ne viene sopraffatto. Il corpo (quello reale, quello scarnificato e quello narrativo) anche questa volta è centrale, in una pellicola dove la carne ha a che fare con il Potere assoluto.
Il giovane ma potentissimo protagonista di Cosmopolis incarna il più che mai contemporaneo potere della finanza, quello che decide e governa i destini del mondo; ha un rapporto ossessivo con il suo corpo (che sottopone a quotidiane visite mediche) e che tiene chiuso in una lunghissima Limousine. Talmente lunga che dentro contiene un mondo: il cosmo del Potere appunto. Lì dentro, in una sospensione spazio temporale che è la parabola stessa del Potere (sideralmente lontano dai comuni mortali), il giovane è circondato da schermi e display i cui diagrammi a noi incomprensibili decidono i destini del mondo. Il sesso non-erotico che pratica di volta in volta (con molte donne, tranne che con la legittima moglie) è teorico come le parole che riempiono quell’auto, una vuota logorrea che non è altro che il cascame della vita vera.
Il personaggio di Juliette Binoche porta lì dentro la sua carica erotica, l’assistente che interrompe il suo jogging porta lì sudore vero: ma nessuna riesce a scalfire in alcun modo quel luogo e quello spazio.
Il Potere è troppo lontano dalla vita reale che comprende (e ne è generata) anche la carne, che scorre fuori dai finestrini, la città dove la gente vive la sua vita protestando e manifestando invano contro l’uomo simbolo che lo incarna. Interno ed esterno sono due spazi separati che possono solo sfiorarsi, due dimensioni temporali diverse che non potranno mai comunicare.
E questa impossibilità – che si esplicita da quando Eric elimina la propria scorta e scende finalmente in strada – raggiunge l’apice alla fine del film, quando incontra il suo attentatore con il quale parla senza comunicare, nemmeno quando si ferisce la mano provando dolore fisico che dovrebbe avvicinarlo a quell’uomo ma che in realtà non porta a nulla. Il Grande Potere dell’economia non si ferisce né potrebbe morire con la morte di un solo uomo.
Sarà per questo che alla fine i due – simbolo entrambi di un mondo a sé – sembrano impossibilitati persino ad eliminarsi a vicenda.

martedì 24 aprile 2012

[cinema] The city is your playground. Parigi firmata Rivette


C’è una cosa grandiosa – tra le altre – che la Nouvelle Vague ha regalato al cinema e al mondo: un modo di raccontare la città mai visto prima e che mai più abbiamo visto da allora.
Sere fa Rai3 ha riproposto Le Pont Du Nord di Rivette, pellicola incredibile sulla vita, il caso, il destino, la ricerca e, appunto, la città e il suo spazio. Le due protagoniste, diverse tra loro e incontratesi accidentalmente, ma unite da qualcosa (destino o puro caso?), vagano per Parigi, ciascuna alla ricerca di qualcosa che anche a loro sfugge: Marie insegue il suo amore lasciato prima di entrare in prigione, Baptiste segue Marie come fosse la sua ombra. Il loro girovagare senza meta e senza risultato (nemmeno qualche spiegazione ai tanti interrogativi che si sollevano nel corso del film: che ha fatto Marie? Che combina il fidanzato? Che significano gli articoli trovati?), le porta però a vivere ed esplorare Parigi, terza protagonista della pellicola.
Baptiste all’inizio gira col suo motorino per le strade della città, da subito presentata come viva, plastica, significante. Il suo sguardo si posa insistentemente su statue, monumenti, dettagli che incontra strada facendo; e sui manifesti che, se riportano una foto di occhi, lei strappa in modo sistematico, come dovesse annientare un nemico. La sua fantasia (o meglio, il suo punto di vista) “anima” Parigi, dove vede nemici, misteri, trappole e anche un mostro gigante da combattere. Due donne alle prese con tanti misteri destinati a rimanere insoluti, che vivono la città, la disegnano fino a farla diventare un unico grande gioco dell’oca, grande come Parigi, che ha per caselle i suoi cantieri (la città in trasformazione), i suoi grandi palazzi (la città periferica), i suoi tanti ponti (la città delle possibilità). Una città reale e simbolica ad un tempo, che Rivette racconta e talvolta rivela, ai suoi smarriti e indimenticabili personaggi.
E a noi, che sogniamo di vedere un film che sappia raccontare un decimo di questo una qualunque città.

domenica 8 aprile 2012

[danza] Vasco cade (d)alla Scala. L’Altra Metà del Cielo


In Tv hanno trasmesso l’Altra Metà del Cielo, l’attesa e pubblicizzata operazione che metteva insieme la musica di Vasco Rossi (in particolare i suoi brani storici dedicati alle donne) e il balletto con la coreografia dell’americana Martha Clarke (al teatro della Scala in replica fino al 13). Sei minuti di applausi e grande successo. Per cosa? Non saprei davvero rispondere, almeno in base a quello che ho visto in TV (premessa doverosa perché magari dal vivo – e lo spero fortemente – sarà stata tutta un’altra cosa).

Da Brava Giulia, passando per Gabri fino a Sally ho visto succedersi uno via l’altro dei quadri didascalici, la trasposizione “letterale” del testo in danza: così Sally cammina davvero per la strada sicura senza pensare a niente, Gabri adesso si spoglia e Giulia cerca un complice così tutto è già più semplice… insomma Vasco dice (in voce) e la coreografa mette in scena (in danza). Ma la danza non è questo, è il contrario di questo spettacolo (fiction? Mezzo musical?). La danza è astrazione e leggerezza, è il corpo che si libra per esprimere concetti, sensazioni, stati d’animo, senza bisogno di recitare con altro.

E la “traduzione” dei pezzi di Vasco – che hanno fatto parte della mia adolescenza e di quella di tanti altri – tradisce anche le sue parole. I testi di Vasco sono – con tutti i loro limiti – semplici, diretti e immediati: poche parole che però sono state in grado di suscitare delle immagini indelebili in ciascuno di noi, immagini che sono magari ben altre (quelle che solo immaginazione e suggestione possono creare) e lontane da quei due che si baciano o si spintonano sul palco perché qualcuno ha voluto restituirci Vasco in danza… col traduttore di Google.

giovedì 8 marzo 2012

[cinema] Soderbergh e la geometria del genere

Haywire (che in italiano è diventato Knockout e che ovviamente ha pure preso il sottotitolo esplicativo Resa dei Conti… maledetti traduttori di titoli, che possano i vostri computer prendere un virus letale ogni qualvolta provate a salvare quelle vostre improbabili trasposizioni!) è l’ultima pellicola del tosto Steven Soderbergh. Il poliedrico regista (che è oppure produttore, attore e montatore) lo seguiamo volentieri dai tempi di Sesso, Bugie e Videotape, passando per Traffic – film dove si lavora molto e con efficacia sul piano dell’audio – fino ai divertenti vari Ocean’s.
In questo ultimo lavoro il nostro tratta del genere Azione: lo filma, lo interpreta, lo mette in scena cercando in più punti di scardinarlo, non tanto con “rovesciamenti” dell’action movie come molti altri farebbero, quanto con scelte stilistiche che definirei d’autore.
La geometria delle inquadrature e delle scelte di campo non insiste sui colpi (e di botte se ne menano) né sui primi piani, ma è così studiata e architettata da risultare naturale e far si che scene al limite del credibile risultino assai accettabili. Senza sforzo e senza virtuosismi, ma con una tecnica di chi sa il fatto suo e può permettersi di prendere in mano un genere, una sceneggiatura che si dipana su diversi piani e rompe la linearità (di genere appunto) e tirarne fuori il (proprio) film: godibile e intrigante, come sempre Soderbergh... con il suo cast all stars.