Un blog sul cinema. E tutto il resto

domenica 8 aprile 2012

[danza] Vasco cade (d)alla Scala. L’Altra Metà del Cielo


In Tv hanno trasmesso l’Altra Metà del Cielo, l’attesa e pubblicizzata operazione che metteva insieme la musica di Vasco Rossi (in particolare i suoi brani storici dedicati alle donne) e il balletto con la coreografia dell’americana Martha Clarke (al teatro della Scala in replica fino al 13). Sei minuti di applausi e grande successo. Per cosa? Non saprei davvero rispondere, almeno in base a quello che ho visto in TV (premessa doverosa perché magari dal vivo – e lo spero fortemente – sarà stata tutta un’altra cosa).

Da Brava Giulia, passando per Gabri fino a Sally ho visto succedersi uno via l’altro dei quadri didascalici, la trasposizione “letterale” del testo in danza: così Sally cammina davvero per la strada sicura senza pensare a niente, Gabri adesso si spoglia e Giulia cerca un complice così tutto è già più semplice… insomma Vasco dice (in voce) e la coreografa mette in scena (in danza). Ma la danza non è questo, è il contrario di questo spettacolo (fiction? Mezzo musical?). La danza è astrazione e leggerezza, è il corpo che si libra per esprimere concetti, sensazioni, stati d’animo, senza bisogno di recitare con altro.

E la “traduzione” dei pezzi di Vasco – che hanno fatto parte della mia adolescenza e di quella di tanti altri – tradisce anche le sue parole. I testi di Vasco sono – con tutti i loro limiti – semplici, diretti e immediati: poche parole che però sono state in grado di suscitare delle immagini indelebili in ciascuno di noi, immagini che sono magari ben altre (quelle che solo immaginazione e suggestione possono creare) e lontane da quei due che si baciano o si spintonano sul palco perché qualcuno ha voluto restituirci Vasco in danza… col traduttore di Google.

giovedì 8 marzo 2012

[cinema] Soderbergh e la geometria del genere

Haywire (che in italiano è diventato Knockout e che ovviamente ha pure preso il sottotitolo esplicativo Resa dei Conti… maledetti traduttori di titoli, che possano i vostri computer prendere un virus letale ogni qualvolta provate a salvare quelle vostre improbabili trasposizioni!) è l’ultima pellicola del tosto Steven Soderbergh. Il poliedrico regista (che è oppure produttore, attore e montatore) lo seguiamo volentieri dai tempi di Sesso, Bugie e Videotape, passando per Traffic – film dove si lavora molto e con efficacia sul piano dell’audio – fino ai divertenti vari Ocean’s.
In questo ultimo lavoro il nostro tratta del genere Azione: lo filma, lo interpreta, lo mette in scena cercando in più punti di scardinarlo, non tanto con “rovesciamenti” dell’action movie come molti altri farebbero, quanto con scelte stilistiche che definirei d’autore.
La geometria delle inquadrature e delle scelte di campo non insiste sui colpi (e di botte se ne menano) né sui primi piani, ma è così studiata e architettata da risultare naturale e far si che scene al limite del credibile risultino assai accettabili. Senza sforzo e senza virtuosismi, ma con una tecnica di chi sa il fatto suo e può permettersi di prendere in mano un genere, una sceneggiatura che si dipana su diversi piani e rompe la linearità (di genere appunto) e tirarne fuori il (proprio) film: godibile e intrigante, come sempre Soderbergh... con il suo cast all stars.

giovedì 1 marzo 2012

[tempo&musica&lucio] Ciao Lucio, la tua musica ha scandito la mia vita e tu non lo sai. Forse

Qualche ora fa è mancato Lucio Dalla. Nonostante la sua musica – che conosco dalla mia fanciullezza – non sia quella che ascolto tutti i giorni sul mio ipod, credo che abbia segnato momenti della mia vita più di qualsiasi altra.
L’ho conosciuta da bambina, quando mio zio scomparso prima dei 40 me la fece conoscere (in vinile e cassette). Imparai a conoscere i suoi classici e gli Lp di allora (parliamo dei primi ’80). Poi al liceo “Se io fossi un angelo” era diventata una sorta di colonna sonora mia e di una mia compagna di scuola e “Don’t touch me” la sigla di un programma che conducevo alla radio.
E poi il brano preferito di mia madre era “Caruso” cantata da Lucio; si commuoveva quando l’ascoltava… e ora piango io ascoltandola. Una volta mentre eravamo insieme a Bologna lo incontrammo mentre tutti e tre guardavamo una vetrina di un negozio non ricordo più di cosa.
L’ultima volta che ho visto Lucio in concerto era il 2008; il giorno prima ci ho parlato, aveva lo sguardo vivo e un interesse ad ascoltare gli altri che colpiva.
In questa giornata penso ai suoi pezzi e a momenti della mia vita. Ma – senza un motivo particolare – soprattutto mi vengono in mente “Liberi” e “Disperato erotico stomp”.
E naturalmente Eleonora Giorgi che in “Borotalco” grida “Luciooooooo”.

Grazie Lucio.

martedì 17 gennaio 2012

[cinema] Tinker Tailor Soldier Spy: La Talpa e gli Anni ‘70


Tensione e narrazione vivono perfettamente anche in assenza di azione.
E possono farlo in modo sublime. Ce lo dimostra in questa sua opera seconda* il regista Tomas Alfredson che ha scelto un classico di Le Carrè per raccontare gli Anni ’70 e al contempo i meccanismi che muovono l’essere umano.
La Talpa è un film che ti prende per mano dalla prima inquadratura e ti accompagna in un’atmosfera (oltre che in una storia col suo intreccio) fatta di sguardi, luci, ombre, movimenti di macchina e un cast perfetto sul quale eccelle un Gary Oldman sempre grande.
La storia si dipana mentre la mdp sale e scende insieme al montacarichi degli uffici dell’Intelligence britannica che per anni ha portato su e giù scartoffie, documenti, segreti, diventando testimone di grandi intrighi internazionali.
Un continuo movimento verticale, basso-alto (e viceversa), che disegna gli ambienti, i rapporti, le gerarchie e che ogni qualvolta ci si sposta all’esterno si fa orizzontale, grazie a sguardi che si incrociano, seguono e sfuggono. Movimenti e soluzioni che portano alla mente (e non è certo un caso) “La conversazione” di Coppola e che come quel capolavoro – tra una montatura di occhiali e una giacca di pelle – ci lasciano il desiderio di conoscere di più e oltre. Dei risvolti della storia raccontata, ma anche della guerra fredda e di quegli anni. Che svaniscono però con i titoli di coda e le luci in sala.
This meeting never took place, do you understand?
* dell’esordio “Lasciami entrare” ne avevamo parlato qui.

mercoledì 4 gennaio 2012

[cinema] Elementare Watson: Sherlock Holmes in salsa Matrix


All’inizio, proprio nelle prime scene del film, c’è un’immagine che riprende Magritte, con tanto di uomo con cappello a bombetta e mela.
Poi “Sherlock Holmes” la pellicola diretta (e orchestrata) da Guy Ritchie prende una strada tutta sua.
Inconsistente a livello narrativo (e ce lo aspettavamo), a livello estetico è un puro divertissement, la voglia di un regista di mettere su schermo scene che probabilmente aveva in mente (e aveva già visto da tempo). Ecco che così – pur nell’ineccepibile confezione – escono fuori due ore di giochi, effetti, salti e scontri alla Matrix, senza avere l’originalità e la forza di questo film che ha segnato un’era e ha fatto scuola, nel bene (La Tigre e il Dragone, per dirne una) e nel male (centinaia di film girati solo per far saltare e volteggiare i personaggi). A guardarlo bene il protagonista strizza pure l’occhio all’eletto di Matrix (Neo), indossando in qualche scena un paio di evocativi occhialini. Un film ben girato, con momenti visivamente divertenti. Tutto qui.

E Sherlock Holmes? Beh, nemmeno l’ombra. Sir Arthur Conan Doyle non è neanche evocato… dovrà aspettare un’altra pellicola. Questa poteva pure chiamarsi “Mario Rossi” e nessuno lo avrebbe notato.

lunedì 21 novembre 2011

[cinema] Crialese e il cinema non-mediato: Respiro


Non ho mai ben capito se amo o meno il cinema di Emanuele Crialese. Quando ad esempio uscì Nuovomondo pensai “beh questo si è originale, forte” (ma ad onor del vero devo dire che a metà film pensai pure “che palle”, ma forse era un mio stato d’animo del momento…); è innegabile in ogni caso il suo talento di raccontare in modo interessante. Allo stesso tempo però risulta un regista urticante, fastidioso in qualche modo, direi a livello viscerale. Sabato hanno ritrasmesso Respiro, la sua pellicola con Valeria Golino, e ho capito fino in fondo il perché del “fastidio” che Crialese mi provoca (non solo a me credo, il suo approccio è certo intenzionale).

A parte gli argomenti, i personaggi e il modo narrativo di questo autore sui generis, quello che risulta disturbante a straniante a livello viscerale risiede senza dubbio in un’assenza, quella della mediazione.. Respiro – e il cinema di Crialese in genere – portano sulla pellicola la vita non mediata (e, aggiungerei, non mediatica), quella reale, viscerale e istintiva che per forza di cose colpisce ad altezza stomaco.

Una cifra che si riscontra nel linguaggio di questo film ma anche (e ancor più) nel filmato. I protagonisti non conoscono filtri nei loro rapporti, la loro vita è scandita dalla terra e dal mare in cui vivono, il loro tempo è quello di un pasto, dello spostamento in motorino da casa al mare o dell’attesa del marito che è fuori a pescare. La loro comunicazione, in un contesto se vogliamo verghiano, avviene attraverso il corpo: quello scabroso di Grazia (una Golino perfetta) che non sa piegare il suo essere al ruolo di madre tradizionale che la comunità vorrebbe, quello del figlio che subisce la punizione corporale per “dare soddisfazione” al padre del bambino offeso, quello ingombrante del marito, presenza-assenza che aleggia e pesa sulla famiglia.

È attraverso il corpo che si rivela il rapporto particolare ed esclusivo fra madre e figlio maggiore (scena clou: lui che le mette lo smalto ai piedi); è il corpo che provoca e imbarazza soprattutto le donne dell’isola, parenti incluse, che vogliono estrometterla cucendo su di lei una malattia come fosse un abito su misura. Ed è sempre il corpo (fatto tacere dalle iniezioni e dai sedativi) lo strumento attraverso cui la protagonista viene allontanata dal paese che – stretto nel suo tempo e nel suo spazio ancestrale – non può che rifiutare e allontanare da sé quella donna ingovernabile, bella e vitale che ha il potere di scardinare un mondo chiuso e impreparato.