Un blog sul cinema. E tutto il resto

mercoledì 23 novembre 2016

[cinema] L’estetica e la creatività: Animali Notturni di Tom Ford


 

Corpi in disfacimento e obesi come oggetto d’arte e performance artistica. È con queste immagini che si apre Animali Notturni, l’opera seconda dello stilista regista Tom Ford.

E sarà proprio l’incombere del brutto nel bello, dell’orrore nella perfezione, a rappresentare il centro dell’intero film.

Animali Notturni di Tom Ford è assai interessante per l’estetica: l’intera pellicola è uno stagliarsi di forme (le linee dritte e gli angoli della casa di Susan, la protagonista, e della sua galleria d’arte, luoghi freddi e contenitori perfetti per l’arte e le opere che accolgono) e colori (il rosso dei capelli, suoi e delle protagoniste del romanzo che l’ex marito Edward le recapita, il bianco accecante di molti interni).

In queste forme perfette e patinate però, così come nella narrazione, a un certo punto incombe l’orrore, ovvero la violenza, che esteticamente è rappresentata dal brutto.

Susan, indossando un paio di occhiali che la trasformano idealmente e visivamente in autore/regista, inizia a leggere il manoscritto inviatole dal suo ex marito e a lei dedicato; il racconto di una storia di violenza perpetrata da un gruppo di “sporchi e cattivi” su un’innocua famiglia che viaggia in auto, comincia a prendere le sembianze della realtà, o meglio a incombere nella realtà di Susan.

I continui flashback e il fatto che la vicenda romanzesca sia impersonata dagli stessi attori/personaggi della vita della protagonista (l’uomo è il suo stesso ex ovvero l’autore del romanzo, la moglie delle pagine di carta avrebbe potuto essere lei e la figlia – rossa di capelli come lei – avrebbe potuto essere la loro bambina) mettono Susan al centro di una cesura, in una faglia spazio temporale che la destabilizza, le fa paura e mina il suo mondo dorato e perfetto (nel quale però non è affatto felice).

E con l’arrivo della violenza e del brutto la donna comincia a rileggere sé stessa, il proprio passato e le proprie scelte, vivendo sulla pelle e attraverso il disagio (non dorme praticamente mai) errori, mancanze, scelte.


Susan – con l’avanzare delle pagine del manoscritto – rivive i momenti salienti del suo matrimonio, del rapporto con la madre (alla quale decisamente ha iniziato a somigliare molto, nonostante avesse lottato fortemente contro questa idea) e della sua vita.
Il ritratto che ne esce è quello di una collezionista d’arte mai riuscita a diventare artista, di una “capitalista” della creatività che non riesce a essere lei stessa creativa (vedi l’aborto), cosa che invece è Edward.
Lei, protagonista del film e del libro, sembra non essere più protagonista della sua vita e di quella degli altri (marito ed ex in primis) e il suo personaggio da primario diventa non più necessario.



giovedì 4 agosto 2016

[cinema] Ritorno al cinema con paura. 10 Cloverfield Lane

Tempi brutti, di paure vere e diffuse.Paura catartica invece quella che ci fa provare il cinema, da sempre. Anzi, sono i thriller e gli horror le pellicole che più ci fanno sentire “dentro” al cinema, che all'esperienza estetica/visiva aggiungono quella più fisica ed emozionale. Vista la stagione pienamente estiva, vorrei segnalare uno dei film dell’ultima stagione cinematografica da recuperare nelle arene sotto le stelle, 10 Cloverfield Lane.

I fondamentali del genere ci sono tutti: un incidente che conduce da uno stato di quotidiana normalità a un ambiente altro e sconosciuto, un bunker dal quale sembra impossibile uscire, degli sconosciuti, un luogo ostile. Che qui sono perfettamente mescolati e manipolati.

Sin dai primi minuti, il film instaura uno scambio perfetto con lo spettatore con il quale riesce (nella realizzazione di una delle maggiori ambizioni cinematografiche) a mettere in campo una partecipazione continua che sarà alimentata per tutto il film dalle domande di chi guarda: è vero? È falso? Quale è e come distinguere la realtà?
Domande che lo spettatore si pone anche nella (e fino alla) ultima scena, in una continua tensione che si fa carburante per la scrittura dell’opera prima di Dan Trachtenberg.


In questa pellicola c’è il cinema basico, fatto di espedienti estetici, visivi e sonori che tirano fuori la reazione dello spettatore e che ben sveglio sulla poltrona vive empaticamente le sorti della protagonista. 
Gli elementi base, le spiegazioni ogni volta sconfessate e le derive citazioniste, accompagnano il pubblico fino all'uscita dalla sala, quando tutti inevitabilmente si chiedono “e quindi?”. Effetto cinema.








lunedì 30 maggio 2016

[cinema] I am Mr Nobody, the man who doesn't exist. Il cinema “esistenziale” di Jaco Van Dormael


Mr Nobody è un film del 2009, mai distribuito in Italia (e che ha vissuto alterne vicende in giro per i Festival d’Europa).Una pellicola del poco prolifico regista Jaco Van Dormael – che di recente ci ha regalato Dio Esiste e Vive a Bruxelles e che è l’autore di un film meraviglia come Toto le Héros – che tratta di grandi temi come suo consueto; stavolta un discorso davvero ambizioso sulla vita, sulle tante anzi infinite scelte che questa ci offre e su come queste possano, ovviamente, profondamente cambiarla. Rispetto allo Sliding Doors che a tutti viene in mente, qui però non siamo di fronte a una scelta, a un bivio. Qui siamo di fronte a una serie infinita di scelte, dinanzi alla vastità di opzioni occasioni e situazioni che la vita ci offre e che alla fine, sommate e stratificate o anche alternate, rappresentano la vita di ognuno di noi. 

Il protagonista ultracentenario, ultimo dei mortali, sembra raccontare la sua vita; ma la sua storia non ha nulla di lineare. Si sovrappongono persone situazioni momenti che avrebbero potuto essere (?) oppure no, fare di lui un uomo innamorato oppure no, un uomo che vive con una donna depressa e malata o con il suo grande amore. Oppure no.
Difficile se non impossibile rendere a parole un’esplosione narrativa che attraversa piani, dimensioni temporali, prende derive, andando avanti e tornando indietro come se tutto fosse possibile (“la vita o è un parco giochi o è nulla”).


L’espediente che il regista usa, partendo dalla scelta impossibile di un bambino di nove anni che deve decidere se restare con l’uno o l’altro genitore quando questi si separano, è quello di proporre tre possibili storie/vite, ciascuna identificata da una delle donne che il protagonista (uno stralunato e “astratto” nei suoi tratti somatici unici Jared Leto) avrebbe potuto sposare. Non due, ma tre. A indicare, appunto, non un bivio e due opzioni ma tre tra le possibili infinite vite che avrebbe potuto vivere.
Ciascuna di queste – identificata in una donna che avrebbe potuto sposare - rappresenta poi una vita delle tante che ognuno di noi si trova (può trovarsi) a vivere: l’amore-malato per una donna depressa dalla quale non è ricambiato, l’amore-abitudine e senza passione per una donna che non trova in lui conferma del suo sentimento e l’Amore-vero, quello che capita (forse) una volta, quello Ideale e (forse solo) letterario.

In un corto circuito temporale, i tre possibili matrimoni (e quindi le tre possibili vite) sono mostrati con un espediente cinematografico molto efficace: in una chiesta a tre navate, Nemo (“mr nobody”) esce in veste di sposo da ciascun portale, ogni volta con una delle tre spose. E dopo ciascuno di quei matrimoni, verrebbe da dire, Dio solo sa che accade.

Il tutto è reso visivamente con una formula che mescola e cita generi e autori, le cui soluzioni visive ricordano spesso il cinema di Gondry.


Un film ambizioso dicevamo, che tocca i grandi temi della vita fino al più grande, quello dell’esistenza stessa, della quale nessuno di noi può avere prova certa, figuriamoci conoscere la scelta giusta: “Come puoi essere così sicuro che anche tu esisti? Tu non esisti, e neppure io. Viviamo tutti solo nell'immaginazione di un bambino di nove anni. Siamo il frutto dell'immaginazione di un bambino di nove anni messo di fronte ad una scelta impossibile. Negli scacchi si chiama Zugswang. Quando l'unica mossa possibile è quella di non muovere. Vieni a vedere."

Noi forse non esistiamo, ma il cinema dalle grandi ambizioni per fortuna sì.

 

Grazie ad Andrea Siragusa, per il film e la successiva chiacchierata, amico da sempre, compagno di anni di discussioni e elucubrazioni cinematografiche, quasi sempre consumate davanti a una birra.



 

mercoledì 4 maggio 2016

[cinema] Ho visto Stefano Accorsi recitare. Cosa aspettarsi dal cinema italiano dopo Lo Chiamavano Jeeg Robot e Veloce Come il Vento

Forse – e ribadisco forse – si sta avvicinando un momento di trasformazione per il cinema italiano. Non parliamo di svolta epocale o miracolo, ma cambiamento sì. Forse anche chi fa il cinema in Italia è stanco di produrre film alla stregua di fiction per la TV e che da questa si distinguono solo per l’assenza di interruzioni pubblicitarie (ma poi quando passano in tv diventano perfettamente interscambiabili con qualsiasi produzione televisiva su preti, poliziotti o medici).

Forse si sono accorti che in Italia oggi non esiste il cinema della contemporaneità, cioè quello che parla di noi, della nostra vita adesso (e non sarà un caso se da decenni i premi internazionali ci vengono assegnati solo per film che parlano di altre epoche, da Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore a Mediterraneo di Salvatores a La Vita è Bella di Benigni). Fatto sta che in queste settimane abbiamo visto due film che (forse) cominciano ad aprire la strada nella direzione del benedetto contemporaneo: Lo Chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e Veloce Come il Vento di Matteo Rovere.

Il primo è un film di cui si è parlato molto perché è senz’altro una sorpresa, un film con delle idee, fortissimamente legato a Roma e alla romanità (in una mappa ben delineata) e al contempo universale (risultato apprezzabilissimo questo), che percorre una propria strada che solca – coraggiosamente, se confrontato ai film medi italiani – il cammino della fantasia e tenta la via della originalità.
Da par suo, Veloce Come il Vento è un film anch'esso contemporaneo, legato in questo caso alla Romagna e alla sua tradizione di macchine e motori, ma allo stesso tempo un film di genere se vogliamo (non è un difetto, una volta per tutte chiariamo… di genere sono anche Apocalypse Now e The Shining!), un action movie con buona dose di adrenalina; una pellicola dove il regista prova a dirigere gli attori mettendo finalmente a servizio del film anche il loro corpo inteso come materia plastico espressiva. Che ha il merito di farci vedere un nuovo Stefano Accorsi, fuori dalle pubblicità del gelato, dai film con le solite Giovanne Mezzogiorno, un attore trasformato, scarnito, segnato, che partecipa alla scrittura della storia con l’intera persona e che vediamo finalmente recitare; accanto a lui l’ottima Matilda De Angelis che sappiamo essere già in forza alla fiction TV, ma che ci auguriamo di vedere ancora al Cinema (quello italiano del nuovo corso che – vogliamo scommetterci? – è già iniziato).

 
         

mercoledì 2 marzo 2016

[cinema] Amore e vita in stop-motion. Anomalisa

Dalla mente di Charlie Kaufman, sceneggiatore di film come Essere John Malkovich e Eternal Sunshine of Spotless Mind, stavolta è uscito un film d’animazione. Anomalisa, film diretto da Duke Johnson e Charlie Kaufman e realizzato in stop-motion, ovvero con la tecnica che utilizza l’animazione di oggetti reali attraverso una serie di scatti fotografici in sequenza, è la storia di come possa essere banale la vita quotidiana e come a volte possa essere perverso il meccanismo che fa muovere la nostra mente.

I personaggi in stop-motion risultano in questo film più reali degli attori in carne e ossa; ogni loro movimento viene sviscerato fotogramma per fotogramma come fosse un’analisi ultima dei suoi atomi. All’hotel Fregoli – riferimento alla “rara malattia psichiatrica con presenza di delirio di trasformazione somatica, in cui avviene da parte del paziente il riconoscimento di persone non conosciute oppure sovviene allo stesso l'idea che le persone conosciute modifichino il proprio aspetto per non essere riconosciute”1 – si muove il protagonista Michael (in viaggio di lavoro) assieme a personaggi che dopo pochi minuti dall'inizio del film consideriamo senza fatica attori veri, coi loro gesti e le loro espressioni, e che allo stesso tempo ostentano cuciture a vista, che svelano palesemente la loro condizione di pupazzo. Tra questi Michael nota Lisa, ragazza maldestra e svampita della quale però – attratto inizialmente dalla voce – si innamora ben presto. Lontano dalla famiglia per lavoro, quello che gli accade al Fregoli è un incontro speciale con una ragazza anomala (da qui il nome Anomalisa, come lui stesso la “battezza”, dandole dignità di persona e facendo del suo difetto – non solo quello della vistosa cicatrice – qualcosa di speciale. 

Dunque un film, Anomalisa, dove reale, immaginato e immaginario si fondono e si stratificano su più livelli. La qual cosa ci rende spettatori di momenti vari e, per noi che guardiamo, reali(stici) e destabilizzanti al contempo. L’atto d’amore che si consuma tra i due è vero come in pochissimi altri film interpretati da attori umani; ma scendendo al seminterrato, nella stanza del vicedirettore dove questi dichiara in una situazione assurda il suo amore al protagonista, si consuma invece una scena surreale che si rivelerà poi sogno. Reale/immaginario si alternano e si sovrappongono quasi come si succedono i piani (in verticale) e le stanze (in orizzontale) dell’hotel, location significante del film. Come nella realtà più reale, quando negli occhi di chi guarda finisce l’amore, finisce anche l’incantesimo della voce dell’amata e le sue parole da poesia diventano fastidio, da dolci a sgradevoli da udire.E allora il dolore irrompe nella vita di Michael così come i turbamenti si insinuano nel suo discorso preparato sul marketing (“Tu chi sei voi chi siete chi siamo tutti” dice) e la vita reale che entra nell'ideale. In fondo, l’amore è davvero negli occhi di chi guarda e può scomparire con un gesto o una parola. Tra sagome animate così come tra noi mortali. 

1 da Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Fregoli

mercoledì 10 febbraio 2016

[cinema] Di Tarantino, del Western e del Cinema. The Hateful Eight

San Remo, San Valentino, San Padre Pio. Nel dubbio questa settimana mi sono votata a San Quentin Tarantino (forse necessito di guida per riconoscere i miei santi, scusate la cit.).
Con la sua ottava pellicola il regista dei film più visionari, interessanti e discussi degli ultimi anni (decenni), ci regala un film spalmato sui 70mm che è innanzitutto omaggio visivo al genere western (senza dubbio tra i generi che possiamo considerare "padri fondatori" del cinema). A partire - ovviamente! - da Ombre Rosse: il viaggio della diligenza, i personaggi a bordo, persino nelle loro posture e nei campi e controcampi coi quali la mdp li filma, l'emporio/saloon di Minnie, le pistole e i cinturoni... il western perfetto e compiuto di John Ford è al contempo omaggiato e trattato con (rispettosa) ironia. D'altra parte si allude esplicitamente alle Ombre Rosse fordiane non solo con le immagini ma anche con i nomi (la città di Red Rock, la battaglia inventata di Baton Rouge) e con ogni minimo dettaglio, spesso rosso, che compare nel profilmico. Un riferimento che è più di omaggio; è la re-invenzione di un genere e di un mondo che Tarantino staglia sul bianco accecante di una distesa di neve infinita. Su quello spazio candido ri-scrive come su un foglio bianco il cinema, quel cinema alla base della sua vita da spettatore, e stavolta torna a farlo come non accadeva dai tempi de Le iene (per chi scrive, capolavoro insuperato del regista, almeno finora). Perché con The Hateful Eight ci troviamo di fronte a un cinema di sceneggiatura, fortemente scritto – non che i precedenti non lo fossero – dove le parole pronunciate dai personaggi e i loro dialoghi creano l’architettura del film, lo spazio e il tempo, dove la narrazione inventa la storia.
Sono i dialoghi e le parole a costruire e ad accompagnare lo sguardo su scene e personaggi che sono già icone e che pre-esistono al filmato, nonostante la loro identità labile (personaggi che fingono fino alla fine), incarnati dagli attori simbolo di Tarantino, da Samuel Jackson a Michael Madsen da Tim Roth a Jennifer Jason Leigh. Una fauna di impostori che si inventano, si nominano, si riconoscono e disconoscono a vicenda, per poi uccidersi l’un l’altro (con le parole e con fiumi di sangue rosso che li inondano e, ricoprendoli, scoprono forse i loro giochi).
In un andamento circolare al quale il cinema di Tarantino ci ha abituati e che – si percepisce fortemente – lo fa divertire come un matto. Come noi.     

The Hateful Eight - Quentin Tarantino
Ombre Rosse - John Ford
 

martedì 14 gennaio 2014

[cinema] Il corpo dell’attore come script: American Hustle


Gli attori sono senza dubbio il centro e il fulcro del lavoro di David O. Russell; ma nel suo ultimo film American Hustle gli attori diventano assolutamente il film. Certo, questo in alcuni momento avviene anche a scapito della narrazione, ma la pellicola in questione vive su una narrazione frammentata, visivamente e dal punto di vista della sceneggiatura.
Il tema del film – sin dal titolo e dalle primissime inquadrature – è l’inganno, la menzogna. E il corpo degli attori, i costumi, le scenografie, il déco, puntano tutti a sottolineare il gioco dell’inganno. Ogni personaggio è almeno doppio, cambia, torna indietro, si misura con gli altri e con le diverse situazioni mutando in continuazione. Il regista si diverte, e lo spettatore con lui, a portare l’inganno a tutti i livelli, giocando soprattutto con il corpo, gli abiti e i capelli dei personaggi. Sì, le loro capigliature mutano ad ogni scena (non è forse la pettinatura o il taglio che modifichiamo per primi quando vogliamo cambiare, rinnovare, quindi un po’ anche noi “ingannare” sulla nostra immagine?): si gonfiano, si arricciano o sono arrotolate sui bigodini, ovvero in piena fase di mutazione. E così la bella Sidney (Amy Adams) sfoggia capigliature diverse il giorno e la sera e a seconda della persona con cui esce, l’agente FBI Di Maso (Bradley Cooper) è un finto riccio che deve lavorare un bel po’ di bigodini per ottenere la sua capigliatura,…
Ma il re dell’inganno è senz’altro il truffatore professionista Irving, un favoloso Christian Bale, ingrassato, con tanto di panza e riporto dei capelli, che sin dai primi tre minuti fa gridare all’oscar per la sua interpretazione.

Il trucco c’è e pure l’inganno. E sono piacevoli e divertenti.

martedì 17 dicembre 2013

[cinema] Woody Allen è tornato. E pure io

Se torno dopo molti mesi a scrivere qui è per due motivi: il primo è il sollecito delle tante persone che da tempo me lo chiedono (e che ringrazio qui per la fiducia) e il secondo perché all’età di 78 anni finalmente Woody Allen è tornato. In sé. 
Ovviamente la mia non è una critica a chi ci ha regalato decine di gioielli unici e rari in decenni di forsennate produzioni, ma anzi un grande piacere, quello che ho provato nel vedere Blue Jasmine, l’ultima fatica del nostro, quella che segna – dopo tanti film un po’ sfilacciati e a volte balbuzienti – il ritorno di un regista in forma smagliante.
Quindi bentrovati a voi che leggete e a lui che (per fortuna) scrive ancora.

Blue Jasmine è un film che ha molti pregi, la narrazione, la coerenza stilistica, la capacità di far discutere su un tema universale come quello della caduta e della capacità umana di rialzarsi (o sprofondare) e soprattutto di far discutere mettendo sul tavolino temi che non riguardano solo una classe (quello agiatissima che viene rappresentata sullo schermo) ma tutti noi, meccanismi nelle cui pastoie finiamo ogni giorno.

Il film funziona perché tratta di umane debolezze nella considerazione di tutti i punti vista;  la ricca e viziatissima protagonista (una sfolgorante Cate Blanchett da Oscar, così come gli altri protagonisti, tutti incredibilmente bravi e in parte) che potrebbe inizialmente indurre una forte antipatia, riesce invece a farci diventare empatici e a capire come possa la perdita di denaro e status sociale diventare un dramma che distrugge la vita e conduce alla follia. Pian piano capiamo come i valori sui quali ognuno di noi basa la propria vita possano diventare fatali se non impariamo a dare il giusto peso a noi stessi, a prescindere da ciò che ci circonda e al contesto in cui viviamo (operazione sensata e semplice a dirsi, difficilissima, quasi impossibile da realizzare).

La costruzione della pellicola – tutta incentrata sulla dicotomia falso/vero bugie/verità, a partire dal nome Jasmine – funziona perfettamente. L’uso del flashback non come salto indietro ma come doppio piano temporale, è un meccanismo affascinante e perfettamente funzionale, finalizzato non solo alla “spiegazione” dei fatti ma soprattutto allo svelamento dello stato d’animo della protagonista e degli altri protagonisti, ci avvicina a loro e al loro mondo.
Il personaggio della sorella e del suo fidanzato si intersecano al mondo lontanissimo di Jasmine nel tentativo di un’assimilazione che in teoria potrebbe realizzarsi ma che nella realtà (cioè nella realtà di quella persona) non potrà mai avvenire.

Uno sfasamento che inizia con la rivelazione dei rapporti extraconiugali del marito, che creerà una falla sempre più grande e che non potrà culminare se non sulla strada della follia.

martedì 5 giugno 2012

[cinema] Cosmopolis: Cronenberg e il corpo del Potere



Diciamolo subito: anche stavolta David Cronenberg ci regala un film notevole. In Cosmopolis c’è ancora la sua ormai nota “poetica della nuova carne”, del corpo che anela a diventare macchina ma che spesso ne viene sopraffatto. Il corpo (quello reale, quello scarnificato e quello narrativo) anche questa volta è centrale, in una pellicola dove la carne ha a che fare con il Potere assoluto.
Il giovane ma potentissimo protagonista di Cosmopolis incarna il più che mai contemporaneo potere della finanza, quello che decide e governa i destini del mondo; ha un rapporto ossessivo con il suo corpo (che sottopone a quotidiane visite mediche) e che tiene chiuso in una lunghissima Limousine. Talmente lunga che dentro contiene un mondo: il cosmo del Potere appunto. Lì dentro, in una sospensione spazio temporale che è la parabola stessa del Potere (sideralmente lontano dai comuni mortali), il giovane è circondato da schermi e display i cui diagrammi a noi incomprensibili decidono i destini del mondo. Il sesso non-erotico che pratica di volta in volta (con molte donne, tranne che con la legittima moglie) è teorico come le parole che riempiono quell’auto, una vuota logorrea che non è altro che il cascame della vita vera.
Il personaggio di Juliette Binoche porta lì dentro la sua carica erotica, l’assistente che interrompe il suo jogging porta lì sudore vero: ma nessuna riesce a scalfire in alcun modo quel luogo e quello spazio.
Il Potere è troppo lontano dalla vita reale che comprende (e ne è generata) anche la carne, che scorre fuori dai finestrini, la città dove la gente vive la sua vita protestando e manifestando invano contro l’uomo simbolo che lo incarna. Interno ed esterno sono due spazi separati che possono solo sfiorarsi, due dimensioni temporali diverse che non potranno mai comunicare.
E questa impossibilità – che si esplicita da quando Eric elimina la propria scorta e scende finalmente in strada – raggiunge l’apice alla fine del film, quando incontra il suo attentatore con il quale parla senza comunicare, nemmeno quando si ferisce la mano provando dolore fisico che dovrebbe avvicinarlo a quell’uomo ma che in realtà non porta a nulla. Il Grande Potere dell’economia non si ferisce né potrebbe morire con la morte di un solo uomo.
Sarà per questo che alla fine i due – simbolo entrambi di un mondo a sé – sembrano impossibilitati persino ad eliminarsi a vicenda.

martedì 24 aprile 2012

[cinema] The city is your playground. Parigi firmata Rivette


C’è una cosa grandiosa – tra le altre – che la Nouvelle Vague ha regalato al cinema e al mondo: un modo di raccontare la città mai visto prima e che mai più abbiamo visto da allora.
Sere fa Rai3 ha riproposto Le Pont Du Nord di Rivette, pellicola incredibile sulla vita, il caso, il destino, la ricerca e, appunto, la città e il suo spazio. Le due protagoniste, diverse tra loro e incontratesi accidentalmente, ma unite da qualcosa (destino o puro caso?), vagano per Parigi, ciascuna alla ricerca di qualcosa che anche a loro sfugge: Marie insegue il suo amore lasciato prima di entrare in prigione, Baptiste segue Marie come fosse la sua ombra. Il loro girovagare senza meta e senza risultato (nemmeno qualche spiegazione ai tanti interrogativi che si sollevano nel corso del film: che ha fatto Marie? Che combina il fidanzato? Che significano gli articoli trovati?), le porta però a vivere ed esplorare Parigi, terza protagonista della pellicola.
Baptiste all’inizio gira col suo motorino per le strade della città, da subito presentata come viva, plastica, significante. Il suo sguardo si posa insistentemente su statue, monumenti, dettagli che incontra strada facendo; e sui manifesti che, se riportano una foto di occhi, lei strappa in modo sistematico, come dovesse annientare un nemico. La sua fantasia (o meglio, il suo punto di vista) “anima” Parigi, dove vede nemici, misteri, trappole e anche un mostro gigante da combattere. Due donne alle prese con tanti misteri destinati a rimanere insoluti, che vivono la città, la disegnano fino a farla diventare un unico grande gioco dell’oca, grande come Parigi, che ha per caselle i suoi cantieri (la città in trasformazione), i suoi grandi palazzi (la città periferica), i suoi tanti ponti (la città delle possibilità). Una città reale e simbolica ad un tempo, che Rivette racconta e talvolta rivela, ai suoi smarriti e indimenticabili personaggi.
E a noi, che sogniamo di vedere un film che sappia raccontare un decimo di questo una qualunque città.

domenica 8 aprile 2012

[danza] Vasco cade (d)alla Scala. L’Altra Metà del Cielo


In Tv hanno trasmesso l’Altra Metà del Cielo, l’attesa e pubblicizzata operazione che metteva insieme la musica di Vasco Rossi (in particolare i suoi brani storici dedicati alle donne) e il balletto con la coreografia dell’americana Martha Clarke (al teatro della Scala in replica fino al 13). Sei minuti di applausi e grande successo. Per cosa? Non saprei davvero rispondere, almeno in base a quello che ho visto in TV (premessa doverosa perché magari dal vivo – e lo spero fortemente – sarà stata tutta un’altra cosa).

Da Brava Giulia, passando per Gabri fino a Sally ho visto succedersi uno via l’altro dei quadri didascalici, la trasposizione “letterale” del testo in danza: così Sally cammina davvero per la strada sicura senza pensare a niente, Gabri adesso si spoglia e Giulia cerca un complice così tutto è già più semplice… insomma Vasco dice (in voce) e la coreografa mette in scena (in danza). Ma la danza non è questo, è il contrario di questo spettacolo (fiction? Mezzo musical?). La danza è astrazione e leggerezza, è il corpo che si libra per esprimere concetti, sensazioni, stati d’animo, senza bisogno di recitare con altro.

E la “traduzione” dei pezzi di Vasco – che hanno fatto parte della mia adolescenza e di quella di tanti altri – tradisce anche le sue parole. I testi di Vasco sono – con tutti i loro limiti – semplici, diretti e immediati: poche parole che però sono state in grado di suscitare delle immagini indelebili in ciascuno di noi, immagini che sono magari ben altre (quelle che solo immaginazione e suggestione possono creare) e lontane da quei due che si baciano o si spintonano sul palco perché qualcuno ha voluto restituirci Vasco in danza… col traduttore di Google.

giovedì 8 marzo 2012

[cinema] Soderbergh e la geometria del genere

Haywire (che in italiano è diventato Knockout e che ovviamente ha pure preso il sottotitolo esplicativo Resa dei Conti… maledetti traduttori di titoli, che possano i vostri computer prendere un virus letale ogni qualvolta provate a salvare quelle vostre improbabili trasposizioni!) è l’ultima pellicola del tosto Steven Soderbergh. Il poliedrico regista (che è oppure produttore, attore e montatore) lo seguiamo volentieri dai tempi di Sesso, Bugie e Videotape, passando per Traffic – film dove si lavora molto e con efficacia sul piano dell’audio – fino ai divertenti vari Ocean’s.
In questo ultimo lavoro il nostro tratta del genere Azione: lo filma, lo interpreta, lo mette in scena cercando in più punti di scardinarlo, non tanto con “rovesciamenti” dell’action movie come molti altri farebbero, quanto con scelte stilistiche che definirei d’autore.
La geometria delle inquadrature e delle scelte di campo non insiste sui colpi (e di botte se ne menano) né sui primi piani, ma è così studiata e architettata da risultare naturale e far si che scene al limite del credibile risultino assai accettabili. Senza sforzo e senza virtuosismi, ma con una tecnica di chi sa il fatto suo e può permettersi di prendere in mano un genere, una sceneggiatura che si dipana su diversi piani e rompe la linearità (di genere appunto) e tirarne fuori il (proprio) film: godibile e intrigante, come sempre Soderbergh... con il suo cast all stars.

giovedì 1 marzo 2012

[tempo&musica&lucio] Ciao Lucio, la tua musica ha scandito la mia vita e tu non lo sai. Forse

Qualche ora fa è mancato Lucio Dalla. Nonostante la sua musica – che conosco dalla mia fanciullezza – non sia quella che ascolto tutti i giorni sul mio ipod, credo che abbia segnato momenti della mia vita più di qualsiasi altra.
L’ho conosciuta da bambina, quando mio zio scomparso prima dei 40 me la fece conoscere (in vinile e cassette). Imparai a conoscere i suoi classici e gli Lp di allora (parliamo dei primi ’80). Poi al liceo “Se io fossi un angelo” era diventata una sorta di colonna sonora mia e di una mia compagna di scuola e “Don’t touch me” la sigla di un programma che conducevo alla radio.
E poi il brano preferito di mia madre era “Caruso” cantata da Lucio; si commuoveva quando l’ascoltava… e ora piango io ascoltandola. Una volta mentre eravamo insieme a Bologna lo incontrammo mentre tutti e tre guardavamo una vetrina di un negozio non ricordo più di cosa.
L’ultima volta che ho visto Lucio in concerto era il 2008; il giorno prima ci ho parlato, aveva lo sguardo vivo e un interesse ad ascoltare gli altri che colpiva.
In questa giornata penso ai suoi pezzi e a momenti della mia vita. Ma – senza un motivo particolare – soprattutto mi vengono in mente “Liberi” e “Disperato erotico stomp”.
E naturalmente Eleonora Giorgi che in “Borotalco” grida “Luciooooooo”.

Grazie Lucio.

martedì 17 gennaio 2012

[cinema] Tinker Tailor Soldier Spy: La Talpa e gli Anni ‘70


Tensione e narrazione vivono perfettamente anche in assenza di azione.
E possono farlo in modo sublime. Ce lo dimostra in questa sua opera seconda* il regista Tomas Alfredson che ha scelto un classico di Le Carrè per raccontare gli Anni ’70 e al contempo i meccanismi che muovono l’essere umano.
La Talpa è un film che ti prende per mano dalla prima inquadratura e ti accompagna in un’atmosfera (oltre che in una storia col suo intreccio) fatta di sguardi, luci, ombre, movimenti di macchina e un cast perfetto sul quale eccelle un Gary Oldman sempre grande.
La storia si dipana mentre la mdp sale e scende insieme al montacarichi degli uffici dell’Intelligence britannica che per anni ha portato su e giù scartoffie, documenti, segreti, diventando testimone di grandi intrighi internazionali.
Un continuo movimento verticale, basso-alto (e viceversa), che disegna gli ambienti, i rapporti, le gerarchie e che ogni qualvolta ci si sposta all’esterno si fa orizzontale, grazie a sguardi che si incrociano, seguono e sfuggono. Movimenti e soluzioni che portano alla mente (e non è certo un caso) “La conversazione” di Coppola e che come quel capolavoro – tra una montatura di occhiali e una giacca di pelle – ci lasciano il desiderio di conoscere di più e oltre. Dei risvolti della storia raccontata, ma anche della guerra fredda e di quegli anni. Che svaniscono però con i titoli di coda e le luci in sala.
This meeting never took place, do you understand?
* dell’esordio “Lasciami entrare” ne avevamo parlato qui.

mercoledì 4 gennaio 2012

[cinema] Elementare Watson: Sherlock Holmes in salsa Matrix


All’inizio, proprio nelle prime scene del film, c’è un’immagine che riprende Magritte, con tanto di uomo con cappello a bombetta e mela.
Poi “Sherlock Holmes” la pellicola diretta (e orchestrata) da Guy Ritchie prende una strada tutta sua.
Inconsistente a livello narrativo (e ce lo aspettavamo), a livello estetico è un puro divertissement, la voglia di un regista di mettere su schermo scene che probabilmente aveva in mente (e aveva già visto da tempo). Ecco che così – pur nell’ineccepibile confezione – escono fuori due ore di giochi, effetti, salti e scontri alla Matrix, senza avere l’originalità e la forza di questo film che ha segnato un’era e ha fatto scuola, nel bene (La Tigre e il Dragone, per dirne una) e nel male (centinaia di film girati solo per far saltare e volteggiare i personaggi). A guardarlo bene il protagonista strizza pure l’occhio all’eletto di Matrix (Neo), indossando in qualche scena un paio di evocativi occhialini. Un film ben girato, con momenti visivamente divertenti. Tutto qui.

E Sherlock Holmes? Beh, nemmeno l’ombra. Sir Arthur Conan Doyle non è neanche evocato… dovrà aspettare un’altra pellicola. Questa poteva pure chiamarsi “Mario Rossi” e nessuno lo avrebbe notato.

lunedì 21 novembre 2011

[cinema] Crialese e il cinema non-mediato: Respiro


Non ho mai ben capito se amo o meno il cinema di Emanuele Crialese. Quando ad esempio uscì Nuovomondo pensai “beh questo si è originale, forte” (ma ad onor del vero devo dire che a metà film pensai pure “che palle”, ma forse era un mio stato d’animo del momento…); è innegabile in ogni caso il suo talento di raccontare in modo interessante. Allo stesso tempo però risulta un regista urticante, fastidioso in qualche modo, direi a livello viscerale. Sabato hanno ritrasmesso Respiro, la sua pellicola con Valeria Golino, e ho capito fino in fondo il perché del “fastidio” che Crialese mi provoca (non solo a me credo, il suo approccio è certo intenzionale).

A parte gli argomenti, i personaggi e il modo narrativo di questo autore sui generis, quello che risulta disturbante a straniante a livello viscerale risiede senza dubbio in un’assenza, quella della mediazione.. Respiro – e il cinema di Crialese in genere – portano sulla pellicola la vita non mediata (e, aggiungerei, non mediatica), quella reale, viscerale e istintiva che per forza di cose colpisce ad altezza stomaco.

Una cifra che si riscontra nel linguaggio di questo film ma anche (e ancor più) nel filmato. I protagonisti non conoscono filtri nei loro rapporti, la loro vita è scandita dalla terra e dal mare in cui vivono, il loro tempo è quello di un pasto, dello spostamento in motorino da casa al mare o dell’attesa del marito che è fuori a pescare. La loro comunicazione, in un contesto se vogliamo verghiano, avviene attraverso il corpo: quello scabroso di Grazia (una Golino perfetta) che non sa piegare il suo essere al ruolo di madre tradizionale che la comunità vorrebbe, quello del figlio che subisce la punizione corporale per “dare soddisfazione” al padre del bambino offeso, quello ingombrante del marito, presenza-assenza che aleggia e pesa sulla famiglia.

È attraverso il corpo che si rivela il rapporto particolare ed esclusivo fra madre e figlio maggiore (scena clou: lui che le mette lo smalto ai piedi); è il corpo che provoca e imbarazza soprattutto le donne dell’isola, parenti incluse, che vogliono estrometterla cucendo su di lei una malattia come fosse un abito su misura. Ed è sempre il corpo (fatto tacere dalle iniezioni e dai sedativi) lo strumento attraverso cui la protagonista viene allontanata dal paese che – stretto nel suo tempo e nel suo spazio ancestrale – non può che rifiutare e allontanare da sé quella donna ingovernabile, bella e vitale che ha il potere di scardinare un mondo chiuso e impreparato.

lunedì 24 ottobre 2011

[cinema] Né con te né senza di te. Amore e morte nell’ultimo Truffaut


Eros e Thanatos, amore e morte. È il delicatissimo equilibrio tra queste due opposte ma ahimè complementari pulsioni – quella per la vita e quella per la morte – ad essere al centro de La Signora della Porta Accanto (“La femme d’à côtè”, 1981). Il film di François Truffaut (trasmesso qualche sera fa da La7… lode alla TV che fa queste scelte!) a distanza di trent’anni riesce fa ancora vibrare corde profonde nello spettatore che assiste all’amore impossibile, quell’amour fou che ritroviamo in altri suoi lavori come La peau douce o Jules et Jim. Ancora una volta il film del maestro della Nouvelle Vague, si costruisce attorno ai suoi personaggi che con le parole, i gesti, gli sguardi, creano il dramma e lo conducono dall’inizio alla fine. Mathilde e Bernard sono fatalmente attratti l’uno verso l’altra sin dal loro primo (re)incontro, quando – in una scena chiave ormai emblema della pellicola – un bacio fa svenire la bellissima e conturbante Mathilde/Fanny Ardant, mostrando la forza della passione (carnale e non) che li unisce; il primo di una serie di segni che la trascineranno in una vertigine sempre più incontrollabile, allontanando lei e il suo amante, incontro dopo incontro, dal loro mondo borghese e dalle loro famiglie per condurli inevitabilmente alla tragedia.
Perché un amore così (l’Amore) non può sublimarsi o trovare appagamento se non nel suo esatto contrario: la Morte.

venerdì 14 ottobre 2011

[cinema & memoria] Password e ritorni. Ovvero Almodovar, Drive e del cinema a fior di pelle

Questo blog è ancora vivo. Era la mia memoria ad aver perso colpi. E password. Non ricordavo più la pssw per accedere, quindi ho provato la domanda segreta (che non avevo impostato però), poi mi hanno mandato una nuova pssw a un indirizzo mail (che nemmeno ricordavo di avere) del quale naturalmente avevo dimenticato la parola per accedere (sempre la password cioè). Poi - attraverso un giro di 5 caselle di posta per le quali ho reimpostato ex novo sta cavolo di password - sono tornata in possesso del mio blog!
Ma, momenti da "Memento" a parte (tacinemanto per citare una pellicola), finalmente eccoci qua. E per dire che? Beh innanzitutto, per chiamare in causa due film che danno un senso alla nuova stagione cinematografica appena iniziata: La pelle che abito e Drive.
Se non l'avete ancora fatto, andateli a vedere.
Drive è stata una piacevole sorpresa, un film delicato e poetico che però fa bella mostra della violenza, dove l'amore - e ancor meglio la capacità di amare - affiorano come un bocciolo di rosa in un campo di sterco.
Ma soprattutto non perdete Almodovar; il suo ultimo film (come sempre ma ancor di più) non avrebbe potuto essere pensato, scritto e girato da nessun altro all'infuori di lui (che ne è consapevole firmando la sua pellicola solo con il cognome Almodovar, ormai segno e signature di un autore ma ancor di più di un cinema, il suo appunto).
La pelle del titolo è quello che ciascuno di noi abita, quella che ci mette in contatto col mondo e allo stesso tempo ci protegge da esso; una pelle che il chirurgo lavora e forgia così come il regista manipola la pellicola. Pelle e pellicola, "superfici" dove si scrive una storia, le emozioni e la nostra vita; pelle mutata e mutante che cela e disvela, che rappresenta il nostro aspetto ma che è anche la nostra percezione e il nostro sentire. E una pelle che per quanto modificata e plasmata non potrà mai contenere la nostra anima: come quella di Vera che fuoriesce dalla sua pelle (nella quale sembrava essersi adattata e assai bene) quando una foto le ricorda chi è e chi esiste dentro di lei.